"Via Crucis di un ragazzo gay" (Castelvecchi, 2024) di Luigi Testa è molto più di una narrazione personale: è un atto di verità profonda e spirituale. L’autore, con coraggio e delicatezza, intreccia il proprio cammino di fede e la sua omosessualità, senza nascondimenti né rivendicazioni ideologiche. La sua è una parola che nasce dalla ferita ma cerca luce, senso, redenzione. Le stazioni della via crucis diventano specchio di una passione vissuta nel giudizio, nel silenzio ecclesiale, nell’esclusione familiare e comunitaria.
In quel dolore, la fede non cede: si curva, ma non si spezza; diventa fuoco sommesso, voce che s’innalza anche dal silenzio. Testa restituisce al lettore una spiritualità incarnata che chiede ascolto e riconoscimento, non tolleranza. La sua differenza non è colpa né ostacolo, ma una forma d’amore che riconosce sé stessa nel volto dell’altro simile, parte viva della sua identità e del suo desiderio di Dio.
E proprio per questo, il testo attraversa il cuore stesso della Chiesa: abbiamo ancora il coraggio di lasciarci ferire dalle storie vere? Di chinare lo sguardo sulle lacrime che bagnano corpi reietti? Non è la nudità di queste vite a turbare, ma il nostro silenzio naftalinico, custodito come un vecchio abito che non si osa più indossare.
La vera ortodossia non si misura in norme, ma nella compassione intelligente che custodisce la memoria e si fa grembo devoto di ogni vita oltraggiata. La pastorale non può ridursi a difesa della dottrina, ma deve diventare custodia dei volti. L’omosessualità, nella luce del Vangelo, non è un’anomalia ma un luogo di grazia, spesso infamato, da abitare con misericordia.
Questa Via Crucis, allora, diventa anche la nostra: è la via di una Chiesa che non si chiude nei recinti, ma si lascia attraversare dal grido della dignità umana. È il tempo di non parlare più dell’altro, ma con l’altro. E di scoprire, nel profumo dell’intimità spezzata, la tenerezza che ancora ci manca: quella che non spiega, ma resta.