Ilaria e Sara. Due nomi, due vite spezzate. Le ultime vittime di un elenco che non smette di crescere, come se il tempo, anziché curare, continuasse a ferire. Ilaria, chiusa in una valigia e gettata in un dirupo. Sara, uccisa brutalmente. Non è solo la morte a sconvolgere, ma il modo. La ritualità del gesto, la freddezza, la premeditazione.
È la negazione stessa dell’umanità dell’altro. In queste storie ritorna sempre la stessa nota stonata: giovani uomini incapaci di tollerare il rifiuto, di accogliere la frustrazione, di riconoscere l’altro se non attraverso la lente distorta del possesso. Un’epidemia silenziosa di cecità emotiva. Una fragilità che si trasforma in ferocia.
È come se mancasse una grammatica dell'amore, una sintassi delle emozioni: un modo per dire "io" senza annientare il "tu". Le statistiche parlano, e ci chiedono di guardare in faccia una disfunzionalità profonda, quasi normalizzata. Una generazione che fatica ad abitare i propri affetti, a nominarli, a modularli.
E allora più che invocare modelli teorici, è tempo di volgere lo sguardo verso la famiglia: il primo laboratorio dell’umano, il luogo dove si dovrebbe imparare la lingua sottile dei sentimenti, a riconoscere i confini, a esercitare la cura. Ma troppe volte questa palestra relazionale si rivela fragile, disgregata, priva di un centro. Accanto, persiste un sottobosco culturale ostinato: stereotipi arcaici che continuano a raffigurare la donna come oggetto, come proiezione o estensione dell’identità maschile.
Una relazione che non è tra un "io" e un "tu", ma tra un "io" e un "esso", come direbbe Martin Buber. Nel distacco dalla madre, il figlio maschio può sperimentare una perdita lacerante, che tenta di colmare attaccandosi alla donna, confondendo sentimento e dipendenza. E quando arriva l’abbandono, quella ferita si riapre. E sanguina. E distrugge. Ci sono relazioni a rischio. Relazioni in cui il confine tra cura e controllo si dissolve. In cui il legame si maschera da dominio. Le giovani donne devono potersi sentire al sicuro nel raccontarsi, nel dubitare, nel tendere la mano.
Perché dietro lo sguardo dolce di un innamorato può nascondersi la logica brutale del dominio. E riconoscerla, in tempo, può significare salvarsi.