Il giornalismo, un malato grave che può essere curato

Se perfino un politico moderato come Romano Prodi si mette a tirare i capelli ai giornalisti, allora la misura è colma. Il segnale è chiaro, pur se a non coglierlo sono soprattutto i vertici della categoria giornalistica: questo mestiere, un tempo ‘cane da guardia’ della democrazia e dunque di fondamentale importanza nell’assetto di ogni organizzazione statale civilizzata, oggi è visto da tutti come un fastidio dal quale potersi liberare anche con le maniere forti. D’altra parte il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, aveva già indicato la strada, non suscitando che blande reazioni nella categoria. E il parlamentare Giovanni Donzelli non esita a riferirsi agli escrementi nel valutare il proprio grado di simpatia nei riguardi di un cronista.
Insomma, il mestiere dello scrivere, un tempo sognato dai giovani e immaginato avventuroso e per certi versi eroico, attualmente naviga nei bassifondi della classifica di gradimento delle occupazioni professionali taliane. Ordine e sindacato protestano caso per caso, si indignano a comando, reagiscono all’istante ma poi ogni volta perdono di vista il nucleo centrale del problema, cioè il motivo reale alla base della pessima considerazione attuale del giornalista e del giornalismo. Il fatto è che il giornalismo di oggi non possiede più alcuna valenza economica. Non viene retribuito. Gli editori si apprestano infatti a cancellare questo mestiere dalla faccia della terra, sostituendolo con l’Intelligenza Artificiale che è in grado di recepire la notizia, interpretarla in tutti i suoi aspetti, inserirla in un qualsiasi format e diffonderla attraverso le forme massmediatiche attualmente in vigore.
No, non stiamo parlando del futuro ma ci riferiamo drammaticamente al presente: da noi circolano già testate affidate all’AI. Ma nessuno sembra opporsi concretamente a questo proposito distruttivo. Come è stato possibile tutto ciò? Di certo ci ha messo lo zampino la clamorosa insipienza degli organismi rappresentativi, locali e nazionali, della professione giornalistica. Troppi proclami, troppe marce di protesta ad uso delle telecamere, troppa difesa dei privilegiati e troppa vuota corsa al potere per nomine poi non sostenute da un concreto impegno. Da anni ormai la gran massa dei giovani cronisti percepisce, nei giornali cartacei più importanti della nazione, non più di due euro ad articolo senza che una simile ‘rapina’ ai danni del talento e dei sogni dei nostri ragazzi abbia prodotto scandalo e reazionetra i soloni del mestiere.
Da anni i giornalisti continuano ad eleggere, all’interno dei propri organismi, colleghi pensionati con la classica formula del ‘Adesso ho tempo libero e quindi posso occuparmi di Ordine e sindacato’, senza valutare il fatto che un cronista lontano dalla redazione non potrà avere contezza delle innovazioni tecnologiche in atto e quindi delle ulteriori problematiche operative e gestionali interne al mestiere. Da anni rendiamo pubblica la nostra indignazione per tutti i colleghi maltrattati nel mondo ma non scorgiamo quelli maltrattati qui da noi, costretti a immolarsi quotidianamente per una paga da fame.
Da anni ci piovono addosso querele temerarie, altro chiarissimo segnale del fatto che il nostro mestiere è diventato debole, debolissimo. E dunque viene considerato una vacca da mungere. Eppure l’idea di costituire un fondo comune a difesa dei colleghi più esposti, in particolare dei giovani che a fronte di guadagni risibili rischiano di dover sborsare cifre consistenti, non ha neanche sfiorato la categoria. Siamo al tutti contro tutti. Il giornalismo è ‘cotto’ e soltanto un radicale cambiamento del sistema, che però non si scorge all’orizzonte, potrà salvarlo. Ci siamo fatti passare sopra anche l’online senza riuscire ad apporre regole – non limiti, ma regole – in grado di fissare paletti economici e operativi a favore di chi vi lavora.
Nell’assurda galassia dell’italico web girano contratti da un articolo al giorno, per 26 giorni al mese, a fronte di un compenso mensile di 50 euro. Intanto però l’Ordine dei Giornalisti organizza convegni su tutto e su niente, mentre il sindacato (inesistente) scende in campo a favore della libertà di stampa nel Myanmar. Avvocati, ingegneri, geometri e ragionieri hanno tutti un proprio tariffario da presentare ai clienti. Da noi chi parla di equo compenso giornalistico è invece guardato come un marziano dai ‘padroni del vapore’ interni alla categoria.
Perché? Qualcuno ce lo spieghi. Nel frattempo i nostri praticanti vanno avanti nella miseria, al punto che questo mestiere è stato reso misero. Nessuno sembra cogliere le nuove, deleterie tendenze del settore: aziende di primo piano del panorama imprenditoriale italiano vanno smantellando i propri uffici stampa, un tempo centrali nella vita delle imprese, burocratizzando così l’informazione che diviene materia impiegatizia a basso costo e maggiore controllabilità da parte dei vertici. Un giornalismo povero è, per forza di cose, un giornalismo a corto di autonomia.
In questi giorni il giornalismo italiano vota il rinnovo dei propri vertici istituzionali. Speriamo bene. Doveroso puntare sui giovani, doveroso sceglierei colleghi in servizio che vivono la realtà vera della professione, doveroso scartare i pensionati del ‘tempo libero’, doveroso votare chi ha presentato un programma, chi ha in mente una visione o almeno obiettivi da raggiungere. Più che mai doveroso restituire il mestiere a quanti – i trentenni, i quarantenni di oggi – con esso dovranno fare i conti per altri lustri, dovranno viverci e avviare famiglie e legami, storie umane e professionali. Soltanto i giornalisti potranno salvare il giornalismo.

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